Viaggio nella dimensione paterna - Il Nido e il Volo Centro di Psicologia e Psicoterapia

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Posted by Maria Cristina Pacella in Genitori, Jung, Pacella, Prevenzione, psicoanalisi, psicologia analitica

Viaggio nella dimensione paterna

L’immagine materna conserva il carattere  dell’immutabilità, perché incarna il principio eterno e onnicomprensivo che guarisce, che nutre, che ama e che salva (…) Invece, accanto all’immagine archetipica del padre, risulta sempre importante anche quella personale, che però non è determinata tanto dalla sua persona individuale quanto piuttosto dal carattere della cultura e dei valori culturali in trasformazione che egli rappresenta.
Neumann, Storia delle origini della coscienza

La figura paterna, i suoi comportamenti, le sue debolezze, si inseriscono lungo un filo che parte da molto lontano, addirittura dall’antica Grecia e che, arrivando ai giorni nostri, permette di far luce su questa figura così importante e “mitizzata” ma al contempo così fragile e “umana”, affidandosi ad una dimensione in cui il  transculturale e gli archetipi hanno un ruolo fondamentale.

Secondo Zoja, il rapporto tra il figlio e il padre, è molto condizionato dall’ambiente e da altri tipi di legami. L’immagine della coppia figlio-padre, infatti, sin dall’inizio si inserisce in una triade, a differenza della coppia figlio-madre, che è inserita in una diade esclusiva.

Il ruolo principale del padre è quello di insegnare al figlio ad essere nella società. Perché ciò sia possibile il figlio deve poter vedere il padre non solo come colui che lo ama, ma anche come quella persona forte in grado di difenderlo e di “combattere” per lui.

Zoja spiega molto bene questo passaggio attraverso, appunto, il gesto di Ettore: “Ettore tende le braccia al figlio. Ma il bambino si rifugia contro il petto della balia con un grido, spaventato dall’armatura e dall’elmo sovrastato da un’impressionante chioma (…) a questo punto, padre e madre sorridono. Ettore si sfila l’elmo, lo pone a terra e può abbracciare il figlio (…) Formulando un augurio per il futuro, leva il figlio in alto con le braccia e con il pensiero: <<Zeus e voi altri dei, rendete forte questo mio figlio. E che un giorno, vedendolo tornare dal campo di battaglia, qualcuno dica: “è molto più forte del padre”>> (L.Zoja, pp. 90-91).

Il gesto di “elevare” il proprio figlio è tipico dell’antica Roma, in cui il padre ha diritto di vita e di morte sul figlio. Il mondo romano rappresenta, infatti, il vertice dell’autorità paterna sul figlio.

Il padre, dunque, porta un’armatura, aggressiva e difensiva. Una specificità paterna, dice Zoja sta proprio in questo: egli può essere con il figlio quando sa anche stare con l’armatura, può essere padre quando è anche guerriero. Diversamente dalla madre, non può fare solo una delle due cose: se lo vede solo con le armi il figlio non lo riconosce; se non lo vede mai con le armi, non lo riconosce come padre”. (Zoja op.cit.).

Zoja sostiene che mentre essere madre significa prolungare dopo la nascita del figlio la propria condizione di genitore, essere il genitore maschio ed essere padre sono invece, fin dalle origini, due cose separate e diverse. Per essere padre, infatti, non basta generare, è importante mostrare la volontà di essere padre: il sollevare pubblicamente il figlio indica assumersene la responsabilità, trasferire il bambino più in alto socialmente e moralmente per la vita intera. A Roma, ogni paternità vera è un’adozione, mentre la semplice paternità fisica non è quella vera, non conta.

È questo che intende Zoja quando afferma che il padre è costruzione, è intenzionalità, è volontà (L. Zoja, 2000) e che il ruolo paterno, pertanto, è determinato più culturalmente che non biologicamente.

Anche Freud dà molta importanza alla figura paterna, quando pensa alla creazione della civiltà. Per Freud il padre è una guida, che trasforma il bambino da essere istintivo ad essere sociale. Introiettando la figura paterna, il bambino getta le fondamenta della morale; nasce in lui un’istanza, chiamata Super-Io, idealmente riferibile tanto ad un dio-padre, quanto al padre personale.

In Totem e Tabù (1912-13) Freud sostiene che le prime forme di vita sociale nascono proprio dalla collaborazione dei figli-fratelli che, dopo aver eliminato il padre, per espiare il senso di colpa che ne deriva, interiorizzano la sua immagine costituendo il Super-Io come istanza interna e le istituzioni civili e religiose come istanze esterne.

Per Jung, invece, il padre è un simbolo che trascende il padre personale. E’ funzione archetipica dell’inconscio collettivo che condiziona “da dentro” le nostre scelte esistenziali.

Esorcizzare la dimensione paterna, l’ “archetipo del padre”, porta ad un errato rapporto con la vita, ad un’angoscia esistenziale motivata dal fatto che la simbiosi con la madre non viene superata.

Scrive Paolo Ferliga nel suo libro “Il Segno del Padre”: “Gettandosi alle spalle l’archetipo del Padre, con tutto ciò che di positivo rappresenta (la legge interiore, l’ordine e la misura, il rapporto con Dio e col sacro), la coscienza diviene preda dell’inconscio e confonde l’autorità con l’autoritarismo, la legge col potere, la realizzazione della propria identità con la distruzione di quella degli altri. In questo caso è come se l’archetipo si scindesse in due presentando alla coscienza solo il suo lato oscuro, la sua distruttività scatenata” (Paolo Ferliga ”Il segno del padre” – Ed. Moretti e Vitali).

Le prime riflessioni culturali sembrano dare importanza alla donna ed escludere il maschio per la mancanza di conoscenze sul meccanismo della riproduzione. Il maschio nasceva e moriva apparentemente senza riprodursi e senza lasciare traccia di sé. L’uomo appare escluso dalle fantasie relative al mistero della nascita e della creazione.

Mentre, infatti, il legame genetico con la madre è stato da sempre immediatamente evidente, non la stessa cosa può dirsi per la relazione paterna. Nelle culture pre-scientifiche non c’era consapevolezza del legame di consanguineità tra padre e figlio, non essendo ancora nota, cioè scoperta, la proprietà fecondativa dello sperma.

Le rappresentazioni arcaiche della nascita, hanno alla loro base la non conoscenza del ruolo genetico svolto dal padre nel concepimento. La gravidanza è diffusamente considerata l’incarnazione nella donna di uno spirito che può giungere a lei nei modi più diversi: per contatto con una sostanza magica o con il passaggio attraverso un centro totemico; possono esserci gravidanze provocate da alcuni fiori o frutti, dalle acque dei fiumi o dei mari, dalla pioggia o dal vento, dagli astri, frequentemente dai poteri fecondanti della luna (Lo Russo G., “La nascita del padre”).

I figli, secondo la credenza indigena, vengono introdotti nell’utero materno sotto forma di spiriti piccolissimi, generalmente dallo spirito di una parente della madre. Il marito deve allora proteggere e amare i piccoli, ma essi non sono “suoi”, in quanto egli non ha partecipato alla loro procreazione. Il padre è, così, un amico benevolo e amato, ma non un parente riconosciuto dal fanciullo. Parentela reale, cioè identità di sostanza, “identità fisica”, esiste soltanto attraverso la madre.

La mitologia mostra come nel maschio vi fosse un desiderio invidioso rispetto al potere generativo della donna. Il mito di Zeus che genera Atena e Dionisio, incorporandoli al proprio interno, per poi procrearli, è segno della rivalità e dell’antagonismo fra i sessi.

Tale sentimento di esclusione ha portato l’uomo a ricercare un predominio culturale, attraverso la regolamentazione dell’incesto e dello scambio delle donne, svalutandole e rendendole oggetto di un sistema regolato dall’uomo.

In linea con le tesi sulla superiorità del sesso maschile, il pensiero dominante era che fosse soltanto il padre a generare il bambino e che la madre fornisse semplicemente il luogo per il suo sviluppo. Tale idea viene espressa da Eschilo nelle “Eumenidi”, attraverso le parole di Apollo: “Colei che viene chiamata madre non è la genitrice del figlio, bensì la nutrice dell’embrione appena seminato: è il fecondatore che genera, lei invece, salvo che un dio non l’impedisca, porta il germe a salvezza, come una straniera nei confronti di un ospite. Ti darò una prova di questa affermazione: il testimonio è qui vicino, la figlia di Zeus Olimpo” (C. Kerényi, 1951).

Con l’avvento della società patriarcale si assiste ad una bipolarità culturale che contrappone la cultura maschile espressa dal Logos, alla biologia femminile espressa dall’Eros (M. Farri Monaco e P. P. Castellani, 1994).

L’istituzione Chiesa apporta non pochi cambiamenti alla dimensione paterna; sancisce, infatti, la solennità del matrimonio, termine che indica i diritti della madre. Il divenire padre è legato solo all’amministrazione delle risorse economiche (patrimonio).

La Chiesa, inoltre, dà importanza all’immagine di Maria e quindi ad una visione matricentrica dell’intero nucleo familiare (L. Zoja, 2000).

È con la Rivoluzione Francese che in parte si risolleva la posizione della donna, cui viene riconosciuto un ruolo superiore, in quanto preposta alla conservazione della specie; ma l’eredità culturale e psicologica conserva una visione androcentrica, secondo cui il maschio riveste un ruolo specializzato.

In questo contesto storico e culturale il desiderio di paternità assume significato solo in relazione  alla continuità della propria discendenza.

Tradizionalmente i padri venivano considerati persone estranee alla cura dei bambini, con il compito di sostenere economicamente la famiglia. Essi costituivano per i figli, un modello importante ma lontano e, per le mogli solo una forma di sostegno morale e materiale. I padri producono un reddito, ma non producono più insegnamento diretto e iniziazione alla vita adulta.

Negli anni ’50 le ricerche sul ruolo del padre si sono concentrate, invece, sullo studio delle relazioni fra carenza o assenza di tale figura in famiglia e sulle conseguenze psicoaffettive nello sviluppo del figlio.

I problemi connessi alla funzione paterna nella nostra società debbono essere visti soprattutto, sullo sfondo dei profondi mutamenti progressivi che si sono avuti nell’organizzazione delle relazioni familiari. La funzione paterna infatti, in quanto funzione vitale, è relativamente più influenzata dai mutamenti sociali rispetto alla funzione materna. È infatti indiscutibile che ci sia stato un cambiamento culturale straordinario nell’immagine che oggi abbiamo del padre. Gli è stata tolta ogni parvenza di autorità in famiglia. Non è più l’indiscusso signore da temere, rispettare, ubbidire. Il suo potere di disciplinare e punire i membri della famiglia che si macchiano di una colpa, si pensi all’antica figura del pater familias, è stato drasticamente ridotto. Il padre viene ormai considerato come una figura periferica. Prima viene la madre; è lei il genitore più importante. In realtà il padre rimane nell’ombra; egli è la persona trascurata. L’importanza del ruolo paterno è stata ridotta, quella del ruolo materno esaltata.

Solo negli ultimi decenni si è assistito ad una rivalutazione e ad un maggiore coinvolgimento del ruolo paterno all’interno di una integrazione delle competenze maschili e femminili.

Nonostante tale rivalutazione si assiste, tuttavia, ad uno smarrimento degli uomini in merito a quello che potrà essere in futuro il loro destino di padri, per lo scenario culturale che rende sempre più complessa e protagonista la maternità: instabilità coniugali, priorità della madre come genitore affidatario in caso di separazioni e divorzi, progetti di maternità senza partners.

scritto da dott.ssa Maria Cristina Pacella

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