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Posted by Collaboratore in depressione, Disturbi dell'età evolutiva, inconscio, psicoanalisi, Uncategorized

Il trauma infantile

Il dolore infantile nel mito

Vivevano e cominciavano ad adorarla come se fosse la dea Afrodite in persona. un tempo un re ed una regina che avevano tre figlie, una delle quali, Psiche, era di una bellezza così straordinaria che gli uomini restavano senza parole in sua presenza

Comicia così la favola di Eros e Psiche di Apuleio. Il dramma di Psiche ci porta direttamente all’interno del tema del trauma.

Psiche è l’immagine fragile dell’identità, è inflazionata dal desiderio degli altri, porta le loro proiezioni, ma la sua vera individualità non è emersa. Al di là della bellezza, all’interno è vuota e priva di un sé autentico.

Non è in grado di far fronte alla gelosia, all’invidia, all’inganno, non ha sufficiente fiducia in sé stessa, in ogni cosa che vive è in balia dei suoi persecutori. L’incontro con Eros non ha risanato la profonda ferita che è in lei, anzi la mette in una condizione di sottomissione nella speranza di essere riamata.

Sotto pressione si rifugia nella verità superficiale, perché ha la necessità di ignorare il profondo. Non può riconoscere l’amore se non lo vede, se non lo possiede con i propri occhi: questa è la resistenza, la protezione dalla verità inconscia, troppo terribile da guardare e tollerare. Eros chiede a Psiche di liberarsi da questi meccanismi difensivi, ma Psiche non ha alcun mezzo per affrontare questa richiesta: non può rinunciare a tutti quei meccanismi che le impongono di ignorare la propria sofferenza, nonché la realtà psichica dell’altro. (Thomas H, 2002)

DEFINIZIONE DEL TRAUMA

Quando la necessità di difendersi è più forte di ogni desiderio, di ogni slancio vitale, quando è lo spazio dell’amore e della fiducia che viene a restringersi, ci troviamo di fronte a ciò che avviene nel bambino che ha subito un trauma.

Il trauma, in questo lavoro, è da intendersi come qualsiasi esperienza che causa nel bambino una sofferenza o un’angoscia psichica intollerabile.

Un’esperienza si può considerare intollerabile quando soppraffà i meccanismi di difesa consueti che Freud definiva uno “scudo protettivo contro gli stimoli”. (Freud, 1920).

Questo può variare dalle esperienze di abuso ai ripetuti “traumi cumulativi” dei bisogni di dipendenza non appagati che nello sviluppo di alcuni bambini si sommano in un effetto devastante. (Khan, 1963).

L’autore teorizza che eventi o situazioni non eclatanti e che quindi potrebbero facilmente essere considerate non traumatici, possano determinare un effetto patogeno sul processo di strutturazione dell’Io se vengono considerati «retrospettivamente».

Kohut (1978) sostiene che eventi «brutalmente traumatici […] lasciano l’impronta in un numero minore di gravi disturbi del Sé, rispetto all’atmosfera cronica dominante, creata da atteggiamenti profondamente radicati negli oggetti-Sé».

Kohut ha definito questo processo angoscia di disintegrazione.

L’ipotesi di Kohut è in linea con quelle espresse dai teorici dell’attaccamento. Main e Hesse (1992) suggeriscono che la paura che alcuni genitori possono incutere nei propri figli sia alla base di una categoria dell’attaccamento definita «attaccamento disorganizzato /disorientato» che, in breve, avrebbe la sua radice in un paradosso che questi genitori suscitano nei figli: ci sarebbero due bisogni conflittuali (contemporaneamente attivi) del bambino, che non possono risolversi in termini comportamentali, cioè quello di essere accudito e quindi ricercare il genitore e all’opposto la necessità di evitarlo perché «fonte di pericolo».

Queste esperienze interattive tra madre e bambino, se il genitore non è stato «fortemente maltrattante», secondo gli autori, potrebbero non essere consce in età adulta. Main e Hesse scrivono che «l’ambiguità, la confusione e la paura che circondano tali osservazioni e interazioni, possono condurre la prole allo sviluppo di una rappresentazione che suscita paura e la cui fonte è irreperibile». Per gli autori la radice di queste paure non è reperibile poiché «la loro origine» non può essere direttamente associata ad una situazione traumatica, ma si colloca nel più ampio quadro della relazione tra caregiver e bambino.

Per Bowlby (1988), traumatica è l’esperienza non funzionale di attaccamento, che si evidenzia attraverso delle modalità di comunicazione alterate.

Sia la non-comunicazione che comunicazioni conflittuali potrebbero contribuire allo sviluppo di una psico-patologia.

Il bambino sembra sviluppare il proprio Sé anche in funzione del rapporto con l’immagine e le fantasie che di lui hanno i genitori o più in generale i caregiver. Quindi Bowlby offre in qualche modo un ponte di aggancio tra fantasia ed eventi reali, quindi una rilettura del trauma secondo un punto di vista che tenga conto soprattutto della relazione reciproca tra bambino e ambiente.

Secondo Stern (1985) l’avvenuta sintonizzazione da parte del caregiver fornisce al bambino l’informazione della comprensione e condivisione dei propri stati interni. In una situazione sperimentale, la volontaria mancata sintonizzazione delle madri, dal punto di vista del comportamento, espressa da risposte fuori tempo nel cullare i propri figli, causava l’interruzione dell’attività spontanea del bambino. Probabilmente il ritmo stabile fornisce al bambino prevedibilità e sicurezza.

Per Stern sembra quindi che ad essere traumatici non siano soltanto gli eventi, ma anche le alterazioni della sintonizzazione del sistema -bambino, ovvero la non comprensione e non condivisione, da parte delle figure di accudimento, degli stati affettivi del fanciullo. Una mancata sintonizzazione potrebbe corrispondere ad un fallimento nella comunicazione.

CONSEGUENZE

Da queste considerazioni emerge chiaramente che un bambino, che è stato vittima di traumi, dovrà affrontare un compito di adattamento di grande complessità.

E per fare ciò sarà costretto a mettere in atto un forte sistema di difese psicologiche.

Dovrà trovare un modo per creare i legami protettivi con le figure genitoriali che non risultano adeguate, a volte pericolose, purtroppo rinunciando ad una parte di sé.

Volendo utilizzare la teoria di Winnicott possiamo affermare che l’esposizione all’ angoscia traumatica esclude lo spazio transizio-nale, uccide l’attività simbolica e l’immagina-zione creativa e la sostituisce con quell’ attività che Winnicott definisce fantasticare ( Winnicott, 1971).

La fantasticheria è uno stato dissociato, una sorta di compromesso autoconsolatorio, che serve ad evitare l’angoscia.

Questo ci porta all’evidenza che nel trauma l’esperienza dell’emozione è troppo grande da sopportare, per questo è necessaria una scissione. Gli eventi e i loro significati perdono connessione, alle emozioni non è consentito acquisire una rappresentazione simbolica a livello mentale, sensazioni e stati emozionali non accedono alla consapevolezza, quindi non possono neppure essere tradotti in parole o immagini.

La dissociazione altera una realtà insopportabile, e permette contemporaneamente di salvare il legame primario con i genitori.

In una sorta di tentativo di sopravvivenza il bambino mette in atto tutta una serie di difese arcaiche come la dissociazione, le identificazioni proiettive, l’idealizzazione, l’ottundimento psi-chico.

Ciò porta alla costruzione di un Sé non autentico, che Winnicott definisce falso, Neumann chiama Io angosciato, e ciò sta a significare che una parte dell’io regredisce, e rimane incapsulata nel mondo delle difese arcaiche; mentre l’altra progredisce in fretta, come frutto di adattamento, ma non è autentica.

UN’ INTERPRETAZIONE JUNGHIANA

Donald Kalsched, in un’ interessante trattazione sul mondo interiore del trauma, ha definito questo processo di scissione come un sistema di autocura.

Egli afferma che questo sistema adempie a quelle funzioni di autoregolazione e di mediazione tra interno ed esterno che in condizioni normali vengono svolte dall’io attivo dell’individuo. Il problema è che questo sistema interviene in ogni relazione, disturbandola, dal momento che la psiche traumatizzata è auto-traumatrizzatrice, poichè il trauma continua nel mondo interiore della vittima.

Inoltre la vittima di un trauma psicologico si trova continuamente in situazioni, nelle quali si trova di nuovo traumatizzata. Nonostante la volontà di cambiare, una sorta di potenza diabolica la tiene in scacco.

Ci troviamo di fronte all’archetipo del Briccone, che Jung definì una sostanza associata con gli inferi e il diavolo, la figura scaltra e infida del briccone alchemico o Ermes/ Mercurio. Una figura doppia fonte di guarigione come di distruzione.

Capace di introdurre dolore e morte in un mondo paradisiaco, allo stesso tempo capace di un gran bene. È una divinità che può dissociare e associare immagini, può legare le cose o separarle. È un protettore ed un persecutore allo stesso tempo. È una sorta di possessione da parte di uno spirito che deve essere liberato, con tutta l’energia che ha insita, per poter passare da un Sé di sopravvivenza ad un Sé individuativo.

INQUADRAMENTO DIAGNOSTICO

Il tema del trauma infantile è stato oggetto di interesse negli ultimi anni soprattutto in riferimento al Disturbo Post Traumatico da Stress e al Disturbo di Personalità Borderline.

Il disturbo post-traumatico da stress si caratterizza per un quadro sintomatologico che fa seguito ad un episodio traumatico o ad una serie di eventi traumatici collegati.

L’evento comporta una minaccia alla vita, all’integrità della persona e travalica le capacità individuali di far fronte alla minaccia.

Compaiono di solito, in seguito tre raggruppamenti sintomatologici:

a) risperimentazione del trauma

b) evitamento ed appiattimento delle risposte

c) iperattivazione.

I criteri per valutare un PTSD in un bambino devono tener conto di molti fattori, quali la personalità del bambino, la capacità del genitore di sostenerlo ed aiutarlo ed il modo in cui il bambino elabora l’esperienza.

Devono essere presenti i seguenti sintomi:

  • l’evento traumatico riemerge attraverso gioco post-traumatico che ripropone il trauma, incubi, manifestazioni di angoscia, episodi dissociativi.
  • Appiattimento della sensibilità del bambino
  • Aumento dell’attivazione
  • Paura e aggressività

I principali deficit riscontrati in vittime di trauma sono:

  • relazioni interpersonali difficili sia con i coetanei sia con i caregiver
  • difficoltà nella regolazione affettiva
  • difficoltà nello sviluppo del sé in particolare nell’area della comprensione del sé, dell’efficacia personale
 PATOLOGIE LEGATE AL TRAUMA

Lo studio dei pazienti che presentano un disturbo di personalità borderline confermano che in questi soggetti possano essersi verificate esperienze traumatiche nell’infanzia

I risultati delle ricerche mostrano che l’esperienza del trauma nell’infanzia assuma una considerevole fisionomia nei disturbi di personalità, in quelli psicotici, somatoformi e depressivi.

I sistemi di difesa sono per lo più arcaici, i sintomi depressivi risultano elevati, i conflitti emotivi vengono manifestati somatica-mente e non verbalmente.

Si possono inoltre riscontrare rigidità adattiva, suscettibilità, meticolosità, disinteresse per le persone, scarsa autostima, un precario legame con la realtà.

 BIBLIOGRAFIA
  •  Ammaniti M., Manuale di psicopatologia dell’infanzia, Raffaello Cortina editore, Milano, 2001
  • Kalsched D., Il mondo interiore del trauma, Moretti e Vitali, Bergamo, 2001
  • Infrasca R., Accadimenti nell’infanzia e psicopatologia dell’adulto, Magi, Roma, 2003
  • Lewis Herman J., Guarire dal trauma, Magi, Roma, 2005
  • Marcelli D.,Psicopatologia del bambino, Masson, Milano, 1999
  • Ogden T. H., Il limite primigenio dell’esperienza, Astrolabio, Roma, 1992
  • Thomas H., Il dolore infantile nel mito, Magi, Roma,2003

scritto da dr.ssa Maria Cristina Pacella

 

 

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