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Posted by Emanuela Caselli in Genitori, Infanzia, Prevenzione

Nei panni del bambino: riflessioni sui luoghi comuni e dicerie sull’infanzia

Sull’infanzia e in particolare sui primi mesi e anni di vita del bambino è stato detto,scritto e tramandato di tutto di più!

Solo  recentemente però si sono diffusi degli studi e delle ricerche che approfondiscono le tappe di sviluppo del bambino, le sue potenzialità, acquisizioni e competenze già alla nascita…o anche molto prima, nell’epoca gestazionale, quando ancora lo chiamiamo “embrione” e poi “feto”.

Certo è che quello che i nostri nonni e bisnonni ci tramandano sulla “corretta” educazione di un bambino non può non avere un peso importante nelle scelte e soprattutto nella ricerca di soluzioni pratiche di una coppia di neogenitori  talvolta soli e  disorientati.

Il punto è che talvolta quello che ci giunge sull’infanzia è stato abbondantemente rivisto e stravolto dalla pedagogia e dalla psicologia dello sviluppo. Talvolta, invece, l’esperienza e la saggezza dei nostri avi può insegnarci ancora qualcosa.

Può essere utile e importante, perciò, non rigettare acriticamente tutto, ma nemmeno lasciarsi condizionare da luoghi comuni che si sono rivelati non avere alcun fondamento.

E’ frequente incontrare nei servizi rivolti alla primissima infanzia (0-3 anni) genitori dubbiosi che si domandano:

“E’ il bambino che deve adattarsi ai genitori, o i genitori a lui?”

“E’ vero che se prendo in braccio il mio bambino lo vizio?”

“Finchè è piccolo non capisce nulla dei discorsi degli adulti…vero?”

“Per incoraggiare in lui/lei l’affetto e le buone maniere quando vengono a trovarci dei familiari (ancora estranei per il piccolo/a) devo metterglielo in braccio…o no!?!”

Si potrebbe andare avanti ancora per molto perché gli interrogativi che i genitori si pongono sono davvero tanti.

Quello che in questi casi troviamo utile fare è creare dei gruppi di incontro per genitori in cui, con la guida di professionisti di campi diversi, riflettiamo insieme unendo alle teorie in ambito psicoeducativo le esperienze quotidiane di ciascun genitore.

Non esiste una verità assoluta, ma certamente il pensare sull’esperienza è di grande aiuto e, il farlo insieme, contrasta il disorientamento e l’ansia.

Alcuni punti fermi, poi, possono far allontanare qualche nube…

Le attuali ricerche ci presentano il bambino come una creatura dotata di grandi competenze fin dall’epoca della gestazione: nel secondo trimestre di gravidanza il piccolo inizia via via a percepire le voci familiari (in primo luogo della mamma e del papà, che poi riconoscerà) e i rumori forti, che già possono disturbarlo, verso i quali nel corso del sesto-settimo mese può mostrare fastidio…dimenandosi!

Si tratta perciò di un tipo di comunicazione particolare, fatta di sensazioni elementari…ma non possiamo pensare che il bambino non percepisca a modo suo delle forme comunicative. Sempre quello che si dice intorno a lui ha un impatto, inizialmente soprattutto in termini di sensazioni e stati d’animo.

Non capirà cosa significa “interferenza dei suoceri” o “scadenza del pagamento delle tasse” ma potrebbe percepire lo stress della mamma o di un ambiente teso…

E’ fondamentale, perciò, adattarsi ai bisogni del bambino che arriva già con tante competenze, ma con degli strumenti ancora da perfezionare.

Non è già pronto per la fila al supermercato, per le cene con gli amici fino a tarda sera, per un viaggio lungo in treno…Quello di cui è capace lo segnala! E sta ai genitori cogliere i suoi segnali piuttosto che presentargli delle abitudini di vita già consolidate. Adesso il centro è lui/lei.

Similmente, visto che il primo anno di vita è quello in cui i ritmi di crescita sono più veloci che mai, e che si consolidano i legami con le persone importanti, ogni gesto affettuoso e di cura soddisfa il bisogno primario del bambino di sentirsi desiderato e amato…solo dopo si potrà pensare alle abitudini eventualmente non adatte…ma per il momento è troppo presto…il bambino ancora “non prende vizi”…!

L’altro punto fermo da considerare è che esistono delle tappe evolutive ben precise in cui accadono delle cose importanti, funzionali allo sviluppo sano dell’individuo.

Il bambino non è tenuto a farsi piacere tutti e tutto. Noi adulti non dobbiamo mai invitarlo alla compiacenza, ma dovremmo imparare a conoscerlo, cogliere i suoi segnali e stimolare in lui/lei una graduale consapevolezza di quello che prova.

Nell’ottavo mese di vita compare la cosiddetta “angoscia per l’estraneo”: il bambino mostra interesse e curiosità per le persone che già conosce ed evita gli adulti che non ha mai visto. Questa è la base del senso di fiducia…(e di prudenza…!) che a livello istintuale e fisiologico tutti noi in maniera del tutto sana abbiamo già scritta nel nostro DNA. Va assolutamente compresa e incoraggiata quale segnale assolutamente funzionale ad una crescita adeguata.

A queste riflessioni di carattere psicopedagogico si uniscono gli apporti della pediatria. il bambino è infatti un tutt’uno di mente e corpo e qualsiasi interrogativo sui primi anni di vita facilmente vede coinvolti, nel supporto ai genitori, almeno tre professionisti differenti: pedagogista, psicologo, pediatra, soprattutto quando i temi in ballo riguardano il sonno, l’alimentazione, le paure, etc…

Ecco perché sia nelle nostre iniziative formative per i genitori, sia nei workshop per gli “addetti ai lavori”coinvolgiamo professionalità differenti…

Al pediatra, per esempio, potremmo sottoporre altri luoghi comuni sul bambino:

“E’ giusto affermare che se un bambino piange è un bene perché gli si allargano i polmoni?” “E che la febbre lo fa aumentare di statura?”O che esistono i dolori della crescita?”

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