L'evoluzione della figura paterna - Il Nido e il Volo Centro di Psicologia e Psicoterapia

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Posted by Maria Cristina Pacella in Educazione, Genitori, Jung, Pacella, Prevenzione, psicoanalisi, psicologia analitica

L’evoluzione della figura paterna

L’evoluzione del padre

La descrizione del “padre di oggi” contiene elementi che forse, non hanno nulla in comune con quelli del “padre di ieri”.

Oggi si parla di padri “marsupiali”, di padri “mammi”,  il cui coinvolgimento nella realtà del bambino inizia ancor prima della sua nascita, con la partecipazione, insieme alla moglie, ai corsi di preparazione al parto. Questi padri, insomma, hanno imparato a fare quello che da sempre fanno le madri, assumendo funzioni, compiti e competenze femminili.

Il “padre di oggi” è un uomo che si interroga su se stesso, sul rapporto di coppia, sulla paternità. È un padre che sembra aver rotto i ponti con le proprie memorie e con la  tradizionale rappresentazione della genitorialità e che rivendica per sé un’immagine diversa da quella del proprio padre.

Il “padre di ieri” era più definito: un padre autoritario, forse più distante affettivamente ed emotivamente, ma con precisi compiti, diritti e doveri. Il figlio, in qualche modo, sapeva cosa potersi aspettare dal padre, sapeva come relazionarsi a lui; in sostanza, sapeva chi era suo padre.

Il “padre di oggi”, invece, è così vicino ai propri figli, eppure così lontano, perché vago, indefinito, senza modelli di riferimento.

Pietropolli Charmet, infatti, sostiene che a far da maestri a questi padri, non sono stati né i loro padri, che hanno invece funzionato da modelli di controidentificazione, né le loro madri, messe in secondo piano come formatrici, né i modelli ideali e culturali della generazione precedente alla loro. I “padri di oggi” sono stati addestrati a fare i padri dalle loro mogli e soprattutto dai loro figli.

“Si sono messi ad imparare il mestiere non imitando il loro padre ma cercando di capire cosa  voleva il figlio” (Pietropolli Chiarmet, I nuovi adolescenti, 2000 p.19).

Il nuovo padre, è diventato quindi, un padre affettivo, empatico, “da signore della guerra a padrone del significato degli affetti e dei conflitti, donatore di senso agli stati confusi ed enigmatici della vita interiore: un donatore di senso, un accompagnatore nel labirinto della crescita, una guida, una presenza empatica.”  (Pietropolli Chiarmet, I nuovi adolescenti, 2000 p.19).

La vaghezza del “padre di oggi” si traduce in una varietà di schemi di relazione padre-figlio, di cui Pietropolli Charmet ha tentato una classificazione.

Egli descrive il padre “disertore” che vive cioè mentalmente altrove e non nella quotidianità della sua famiglia per motivi di coppia, culturali o personali. L’assenza di questo padre sarebbe l’espressione di un conflitto non risolto con il padre e la paternità, che ha radici molto arcaiche.

Spesso accade però che tale tipo di padre venga convocato d’urgenza da qualche gesto grave del figlio, gesto che lo autorizza ad assumere il ruolo paterno dimostrando una competenza insospettabile in quell’uomo tanto distratto ed assente negli anni precedenti.

C’è poi il padre “debole” che sembra essere la risposta al padre “forte” di un tempo. Sembra, infatti, che questo tipo di padre pur di mettere i figli in salvo dalle minacce del padre forte, si sia rifugiato nella debolezza, che crea effetti più potenti del padre disertore, in quanto la debolezza è lì, sempre presente, si manifesta nella quotidianità, si nota in ogni gesto.

Il padre debole è ampiamente presente e apparentemente accudente e interessato alle vicende della vita familiare. Il suo reale interesse, però, non è educativo, ma nasconde un bisogno di consenso e di approvazione. Di conseguenza non può prendere decisioni, non può punire, contraddire, non può indicare con fermezza la strada da percorrere.

Il padre debole combatte soprattutto la madre, mettendole i figli contro, invitandoli a non prenderla sul serio, screditando ogni suo gesto o iniziativa. Egli non dice mai di no, perché attende i no della madre per poterli contraddire e per mettersi sempre dalla parte dei figli, facendoli automaticamente suoi alleati.

Avere un padre debole è, secondo Charmet, un danno peggiore che averne avuto uno forte o anche fortissimo. Meglio la paura che il senso di colpa e l’imbarazzo che suscita la debolezza del padre.

L’ultima “tipologia” di padre è quella del “geloso”, rappresentata da quegli uomini che non possono, non sanno, non vogliono diventare padri dei loro figli, che sono uomini e basta; si tratta, in questo caso, di un estraneo travestito da padre, di un maschio adulto che vive i figli come una minaccia alla sua giovinezza e libertà e verso i quali prova di conseguenza rabbia e disprezzo. Egli non è dunque in grado di accudirli ma tende piuttosto ad utilizzarli come pubblico da strabiliare con i prodigi consentiti dalla sua potenza virile.

Anche altri autori hanno tentato una classificazione dei vari modelli di padre: Ventimiglia C, al riguardo parla di un padre “oblativo” e di un padre “rivendicativo”.

Il padre “oblativo” è il padre “offerente”. È il sostegno, è colui che dà una mano in casa, che aiuta la moglie nella gestione del ménage quotidiano e che ritaglia luoghi e tempi per il proprio rapporto con i figli. E’ il padre che tendenzialmente non agisce il “no” nella relazione con i figli, percependosi a disagio nel doversi misurare con un ruolo fortemente normativo.

Quello del padre rivendicativo è un profilo paterno che denuncia una latente non disponibilità, la quale acquisisce la forma relazionale del “chiamarsi fuori” dal contesto della quotidianità. È il padre che rivendica per sé diritti di libertà e di privacy domestica, rispetto a tutti gli altri significati della famiglia. È, infine, il padre che teorizza la centralità e la priorità della propria dimensione professionale rispetto a quella della donna.

scritto da dott.ssa Maria Cristina Pacella

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