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Posted by Patrizia Fiori in Genitori, homepage, Infanzia

Incomprensione in famiglia

Ecco un esempio di comunicazione disfunzionale in famiglia.

Questa estate. La suggestione viene dai vicini di ombrellone. Una famiglia giovane: la mamma, giovane, un po’ sovrappeso, distesa sul suo telo; il papà, invece magro e agile, si aggira agitato attorno all’ombrellone, a volte si allontana per una passeggiata e poi torna;  il figlio (lo chiameremoMichele) un bambino di circa 3 anni, rimane sotto l’ombrellone con la mamma distesa al solo e è palesemente in cerca di un modo per giocare.

E’ caldo, il mare splendido e invitante di Sicilia. Ma sotto quell’ombrellone non si respira serenità. Michele vuole giocare, muove la sabbia. La mamma è decisamente infastidita. Il bambino le gira attorno, muove la sabbia ancora (forse cerca una compagna di gioco?). La mamma, forse, vuole solo stare sdraiata e rilassata e, allora, lo sgrida, gli dice “se lo rifai te ne dò di santa ragione!“. E Michele (sventurato) lo rifà e si prende uno “sganassone” sulla gamba. Michele (come non aspettarselo?) piange, urla. La mamma gli grida di smetterla. Il bambino (come da copione) non smette. Ma piange di più. Allora il papà lo “minaccia”: “se non la pianti, questa sera ti faccio piangere io!“. Il bambino continua a piangere. I genitori sono imbarazzati. Sanno che sono guardati dagli altri bagnanti e per un po’ di tempo non +è altro che un fluire di promesse di futuri sganassoni e pianti al bambino. Dopo un po’ Michele, esausto, smette di piangere. Si mette in un angolino smuovendo la sabbia e inizia a parlare “da solo”.

Evidentemente era una giornata “no” per quella famiglia. Magari non èsempre così. Non è, quindi, mia intenzione, dare un giudizio sulla famiglia o fare una diagnosi. Ma, l’episodio mi ha dato modo di riflettere sui comportamenti e, soprattutto sulla sequela di spaventosi fraintendimenti comunicativi all’interno di quel nucleo familiare. Provando a fare una traduzione delle comunicazioni verbali e non verbali di questi scambi, si può vedere dove i tre componenti della famiglia non si sono capiti e ascoltati.

Michele muove la sabbia, gira attorno alla mamma:  Michele è annoiato, vuole giocare. La mamma non lo considera, sta sdraiata con gli occhi chiusi, il papà è in giro. Cerca di attirare l’attenzione. Cerca di dire “io esisto”.

La mamma gli dice di smetterla: Forse anche la mamma è annoiata o è di cattivo umore, non recepisce la richiesta di attenzione di Michele. Il marito è in giro, l’ha lasciata da sola ad occuparsi del bambino. Anche lei vuole stare per conto suo. Si arrabbia.

Michele non smette, ma anzi continua il comportamento giudicato disturbante: Michele è riuscito ad ottenere l’attenzione della mamma che, quantomeno, lo ha sgridato e perciò continua con l’unico comportamento efficace che ha sperimentato finora per avere la conferma che “esiste”.

La mamma dà uno sganassone: La mamma si è “accorta” di Michele e lui ha ricevuto la sua attenzione , la sua “carezza” (in termini transazionali), anche se negativa, è pur sempre meglio di una mancanza di interesse.

Michele piange: Michele risponde alla negatività della “carezza”. Al momento è inconsolabile perché chi lo ha fatto piangere e anche colei che lo protegge.

Interviene il papà e lo minaccia: Il papà si “allea” con la mamma. Intima al bambino di smettere di piangere. Non lo protegge, e avalla, invece, la scelta della moglie che, anzi viene rinforzata dalla promessa di un’altra punizione in differita. Il papà stimola paura. Non cerca di capire quello che è successo.

Michele continua a piangere: Michele è “riuscito” ad ottenere una forte attenzione da parte anche del papà, ma, ahimé, anche questa è un’attenzione negativa! Il papà lo spaventa perché gli promette “botte” al rientro a casa se non mette di piangere, ma Michele proprio non riesce a smettere!

Michele gioca da solo e parla da solo: Michele adotta un comportamento autoconsolatorio. Si aliena dal contesto e nel gioco solitario trova una sua consolazione.

Se la mamma avesse colto il bisogno di attenzione di Michele, avrebbe potuto aiutarlo a riconoscerlo (“Ti stai annoiando?”) e scegliere in quale modo dare l’attenzione richiesta: giocare con lui (“ Dai che scaviamo una buca insieme!”), suggerirgli un gioco da solo (“Perché non scavi una buca qui vicino a me, e poi mamma ti aiuta?), chiedere il supporto del marito (“Dai che chiediamo a papà se ti porta a fare una passeggiata sulla spiaggia!”) comunicargli  che avrebbe giocato con lui più tardi (“La mamma ora è  stanca e vuole riposare un po’, dopo giocherà con te, intanto tu puoi…”).

Nell’interscambio tra di loro, invece, c’è stata un’escaltion di incomprensione e rabbia. Probabilmente anche la mamma si sentiva incompresa dal marito e viceversa e, nella coppia, uno dei pochi elementi di unità nello scambio è stato quello di coalizzarsi contro il bambino.

Questo è un esempio di comunicazione disfunzionale nella famiglia.

Tutti noi comunichiamo non solo a parole, ma anche con il comportamento.  I bambini, a maggior ragione, comunicano con il  loro comportamento, soprattutto in un’età in cui non hanno ancora familiarità con il linguaggio e ancor meno con la verbalizzazione delle emozioni.

Il compito dei genitori è proprio quello di aiutare i figli a verbalizzare quello che sentono, aiutando loro a dare un nome  alle emozioni che provano. Questa è una componente fondamentale dell’educazione emotiva. Questo è ciò che è mancato nell’episodio della spiaggia.

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